“Vorrei conoscer l’odore del tuo paese”: Torcello e Burano

“Vorrei conoscer l’odore del tuo paese”: Torcello e Burano

A volte mi sembra di aver esaurito le parole. Non so più come accompagnare le mie foto, sembra essere già stato tutto detto, tutto scritto, tutto ripetuto all’infinito.

In questi momenti di afasia mi affido a un verso di una poesia o a un brano di un libro, a volte a una canzone, come quella di oggi.

Non è una canzone a caso, è la canzone del mio matrimonio.

Cinque anni esatti dopo mi sono emozionata nel trovarla tanto azzeccata e così vera mentre passeggiavamo a Torcello e poi a Burano, che “odora” di paese.

La perfezione di un giorno speciale ❤

“Vorrei conoscer l’odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo o dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci,
i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri
e lo vorrei perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei, ed io…

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’un rabbuiarsi o del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
poter farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell’Appennino dove risuona
fra gli alberi un’usata e semplice tramontana
e lo vorrei perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei, ed io…

Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia,
il volo impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’infinito
e lo vorrei perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei, ed io…”  (F. Guccini)

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Venezia, esterno notte

Venezia, esterno notte

“Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione: le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli legati dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese di Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo (..). La musica, s’intende, è ancora più grande dell’orchestra; e non c’è mano che possa voltare il foglio”.

Iosif Brodskij, “Fondamenta degli incurabili

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Venezia, dove nasce un sogno

Venezia, dove nasce un sogno

“Ma quando siamo usciti, stanchi e intontiti, dalla stazione di Venezia e abbiamo visto il Canal Grande e i palazzi marmorei che sfioravano l’acqua melmosa, quel gioiello di cultura che si dondolava sui canali fetidi e muffosi, abbiamo improvvisamente compreso quanto forte e tenace è l’uomo e quanto meraviglioso è il suo spirito, e si è destato in noi un tale amore per l’umanità, l’umanità con le sue pene e le sue epidemie; e siamo penetrati ad occhi aperti dentro un sogno, perché Venezia è il sogno di ogni città”. (Abraham Yehoshua)

Quanto è stato già detto, scritto, raccontato su Venezia? Quante foto sono state scattate alle sue finestre fiorite, ai suoi ponti, nelle calli, nei campi baciati dal sole o invasi dalla pioggia? Me lo chiedevo mentre camminavo anch’io tra le sue vie, in mezzo a mille (e mille altri) scorci suggestivi, mentre scattavo l’ennesima foto, di sicuro già scattata, già vista, magari stampata in seppia e appesa al muro di qualche vecchia pensione, o in qualche ristorante tipico.

Che cos’ha di unico questo luogo, cosa lo rende così speciale, cosa spinge, ogni anno, milioni di persone a visitarlo, ad affollare le sue chiese, a disturbare la quiete dei suoi (ormai) pochi abitanti? Impossibile dare un’ unica risposta a questo interrogativo che mi ha accompagnato per tutta la breve vacanza che ci siamo regalati a Venezia; è impossibile perché ognuno ha la sua, di risposta.

Siamo riusciti a sfuggire alla folla, scegliendo luoghi solitari, assolati, dove siamo arrivati dopo lunghissime passeggiate o andando lenti sull’acqua, inseguendo il profumo del gelsomino sui muri screpolati, attratti dall’odore di pulito del bucato che qui si stende al sole tra le case, fermandoci davanti alle vecchie insegne di legno, osservando la gente muoversi per le strade … dal mattino presto fino al tramonto, e alla sua luce magica, sul Canal Grande ❤

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Informazioni pratiche

Abbiamo alloggiato al B&B Hortus, a Dorsoduro, vicino sia alla fermata del vaporetto di Ca’ Rezzonico, sul Canal Grande, sia a quella di Fondamenta Zattere, sul Canale della Giudecca .

Ristoranti e osterie

  • Ostaria da Rioba, Fondamenta della Misericordia 2553, Cannaregio
  • Ostaria ai Pugni, Fondamenta Gherardini 2836, Dorsoduro
  • Cantina do Spade, Calle del Scaleter, 859 (vicino Rialto)
  • Osteria “Il Paradiso Perduto”, Fondamenta della Misericordia, 2540, Cannaregio